La quota dei ragazzi che non studiano e non lavorano è scesa al 13,3%, ma il calo nasconde forti divari: Sud e donne restano indietro. Secondo un report di ActionAid, servizi e fondi ci sono, ma finiscono soprattutto a chi è già vicino al lavoro, lasciando fuori i più fragili
I giovani che non studiano, non lavorano e non sono in formazione, cioè i cosiddetti NEET, negli ultimi dieci anni sono scesi al 13,3%, quasi la metà rispetto al 2015. Lo certificano i nuovi dati Istat ma dietro il dato, solo apparentemente positivo, restano forti disuguaglianze: nel Mezzogiorno sono ancora il 20,2%, tra le giovani straniere addirittura il 34,8%. E oltre un NEET su due rimane nella stessa condizione anche l’anno successivo. Chi sono i giovani che restano intrappolati fuori da scuola e lavoro? E quali ostacoli rendono così difficile rientrare?
Servizi, progetti e misure per contrastare le difficoltà che impediscono ai giovani di tornare attivi ci sono. Spesso, però, non arrivano a chi ne ha più bisogno. Questo paradosso emerge dal report realizzato nell’ambito del progetto LDS – Luoghi di Sperimentazione, promosso da ActionAid, a partire dall’esperienza nei Municipi 5, 6, 7 e 9 di Milano. L’analisi, dal titolo “Chi resta fuori”, mette in luce un limite strutturale delle politiche rivolte a chi è in condizione NEET: intercettazione, aggancio e continuità dei percorsi restano troppo spesso senza risorse dedicate e strumenti stabili. Il risultato è che le opportunità arrivano a chi è già noto ai servizi, informato e più facile da coinvolgere, mentre restano escluse le persone più isolate, i migranti, chi lavora senza contratto o non si fida più delle istituzioni.
Per le ragazze lo svantaggio è maggiore
Il divario di genere resiste anche in Lombardia, dove il lavoro offre in media più opportunità che nel resto del Paese: le ragazze NEET sono il 10,6%, i coetanei maschi il 6,5%. Su scala nazionale, nel 2025 i NEET erano il 13,3% dei giovani tra 15 e 29 anni e il 15,6% di quelli tra 15 e 34. È proprio in questa seconda fascia che la distanza tra i sessi cresce: 19,1% tra le donne, 12,3% tra gli uomini. Conta anche il lavoro di cura: tra i 25 e i 34 anni, il 44% delle donne inattive lo è per motivi familiari.
«Il punto non è moltiplicare le misure, ma costruire percorsi che funzionino davvero per chi oggi resta più lontano» spiega Martina Fontana, esperta programmi di genere e giustizia economica di ActionAid. «Formazione e lavoro rimangono frammentati, con forti differenze tra territori e poco integrati tra loro. Inoltre, la partecipazione civica e sociale è ancora poco riconosciuta all’interno dei percorsi di attivazione, nonostante rappresenti una componente essenziale per l’emancipazione e l’autonomia, soprattutto delle giovani donne».
Chi è in cerca, trova
La contraddizione si vede anche nel modo in cui vengono distribuiti i fondi. Sulla carta, raggiungere i NEET più lontani dai servizi è una priorità dei programmi nazionali, ma nella pratica stenta a tradursi in interventi stabili. Il Programma nazionale Giovani, Donne e Lavoro 2021-2027, per esempio, considera strategico agganciare chi è più distante dal mercato del lavoro. Eppure, analizzando i documenti attuativi, ActionAid rileva che dei circa 2,8 miliardi stanziati per la priorità “Facilitare l’ingresso al lavoro dei giovani”, circa 2,2 sono già destinati a misure di attivazione, soprattutto incentivi alle assunzioni e aiuti all’autoimprenditorialità. Tradotto: il 78,19% dei fondi va a strumenti che finiscono per favorire chi è già a un passo dal lavoro.
«Così le politiche rischiano di premiare chi è già vicino ai servizi e di lasciare fuori chi vive condizioni più complesse» aggiunge Fontana. «Serve una regia pubblica capace di collegare gli strumenti esistenti e rendere accessibili le opportunità». Lo stesso limite si era già visto con Garanzia Giovani: il programma aveva intercettato una parte consistente dei NEET, ma solo una quota dei partecipanti era arrivata in fondo al percorso, con risultati migliori al Nord e tra chi aveva un titolo di studio più alto.
Tra formazione e lavoro, un labirinto
Anche nel passaggio dalla formazione al lavoro la musica non cambia: le opportunità ci sono, ma spesso è difficile trovarle, capirle e metterle in relazione. Districarsi tra Centri di Promozione Formativa, CPIA e percorsi di Istruzione e Formazione Professionale vuol dire, il più delle volte, fare i conti con un sistema a compartimenti stagni, informazioni sparse e requisiti poco trasparenti.
Quanto al lavoro, tirocini e apprendistato possono servire, ma se mancano controlli seri e una concreta possibilità di assunzione rischiano di ridursi a lavoro a basso costo. Per le ragazze la strada è ancora più stretta: l’orientamento tende tuttora a spingerle verso settori più precari e meno pagati. «Intercettazione, aggancio e accompagnamento devono diventare funzioni strutturali delle politiche pubbliche, con risorse dedicate, standard nazionali e responsabilità chiare» conclude l’esperta. «Per questo chiediamo al Dipartimento per le Politiche Giovanili, al Ministero del Lavoro e alle Regioni di riorientare i programmi esistenti, investendo stabilmente in presidi di prossimità, servizi di cura, mediazione linguistica e percorsi flessibili».


