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Avvocatura, la riforma che divide

La nuova disciplina dell’ordinamento forense ridisegna alcuni aspetti della professione. Come governance, accesso, giovani avvocati e monocommittenza. Le novità, secondo i critici, sembrano conservare lo status quo anziché traghettare la professione nel futuro 

Quattordici anni dopo la prima grande riforma organica moderna dell’avvocatura, il 22 luglio scorso il Senato ha approvato in via definitiva, e senza alcun voto contrario, una legge delega che avvia la revisione complessiva della disciplina della professione forense. Il provvedimento affida al Governo il compito di adottare i decreti legislativi attuativi, sulla base dei principi e dei criteri stabiliti dalla legge, intervenendo su una serie di ambiti. Per esempio, le nuove modalità di esercizio della professione come società tra avvocati, reti professionali e monocommittenza; la semplificazione delle norme che hanno dato luogo a contenziosi, soprattutto sull’elezione degli organi forensi; la revisione di tirocinio, esame di Stato, formazione, compensi, attività riservate e governance degli Ordini.

Se le istituzioni, in prima linea il Consiglio Nazionale Forense, hanno definito storica la riforma sostenendo che modernizza l’ordinamento forense, molte associazioni, in testa l’ANF, hanno manifestato invece diverse riserve già durante l’iter parlamentare, ritenendo che molte questioni decisive siano state, nei fatti, rinviate ai futuri decreti legislativi.

Tra entusiasmo istituzionale e critiche 

Secondo l’Associazione Nazionale Forense, la nuova legge è una riforma che guarda al passato invece che al futuro. «Non affronta le vere criticità della professione e rischia di rafforzare assetti di potere già consolidati, senza offrire risposte concrete agli avvocati e, soprattutto, alle nuove generazioni» afferma Giampaolo Di Marco, segretario nazionale dell’Associazione che, nei mesi precedenti, ha avanzato proposte, formulato osservazioni, partecipato alle audizioni parlamentari e rappresentato le istanze dell’avvocatura. «Il voto della legge dimostra che le nostre preoccupazioni sono rimaste inascoltate: maggioranza e opposizione hanno sostanzialmente condiviso questo impianto di riforma, senza cogliere le criticità che avevamo evidenziato».

Il confine tra autonomia e dipendenza

Le criticità sollevate dall’ANF riguardano diversi aspetti. Primo fra tutti l’impianto stesso della legge che introduce il terzo mandato per gli Ordini. «Così si favorisce la permanenza negli incarichi anziché il ricambio e la rappresentanza. Questo impianto, inoltre, accentua un modello sempre più centrato sul Consiglio Nazionale Forense, riducendo il pluralismo e il ruolo delle diverse componenti dell’avvocatura» continua Di Marco. «Non tutela, cioè, la giovane avvocatura, che continua a pagare il prezzo più alto delle criticità del sistema». Un esempio è la monocommittenza che, secondo l’ANF, la nuova legge disciplina in modo incompatibile con l’autonomia e l’indipendenza della professione, introducendo di fatto forme di lavoro subordinato prive delle necessarie tutele.

In pratica, un avvocato che lavora quasi esclusivamente per un unico studio legale, dal quale trae la maggior parte del proprio reddito, può trovarsi in una situazione di forte dipendenza economica che limita la sua autonomia professionale. Pur presentando caratteristiche simili a quelle del lavoro subordinato, continua tuttavia a essere qualificato come libero professionista e, di conseguenza, non beneficia delle tutele previste per i lavoratori dipendenti.

Accesso alla professione e strumenti

Un’altra critica che l’Associazione Nazionale Forense muove alla nuova legge riguarda le nuove modalità di esercizio della professione e di accesso: «Non offre strumenti adeguati per favorire modelli organizzativi innovativi e aggregazioni professionali realmente competitive. Inoltre, rinvia ancora una volta una riforma organica dell’accesso alla professione e dell’esame di Stato, che devono essere fondati sul merito e sulla formazione, non su ostacoli irragionevoli».
La partita, dunque, non si chiude con l’approvazione della legge. Saranno i decreti attuativi a determinare se la riforma riuscirà davvero a modernizzare l’avvocatura o se, come temono i suoi critici, finirà per consolidare gli equilibri esistenti senza risolvere le difficoltà che riguardano soprattutto le nuove generazioni di professionisti.

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