Dagli occupati stranieri arrivano 197 miliardi di valore aggiunto e un saldo positivo per le casse pubbliche. Ma il lavoro resta confinato nelle mansioni meno qualificate. Ecco le novità fotografate dal Rapporto 2026 di Fondazione Leone Moressa
Quasi un euro su dieci della ricchezza prodotta in Italia porta la firma di un lavoratore nato all’estero. Per l’esattezza, sono 197 miliardi di valore aggiunto che corrispondono al 9,7% del Pil. La stima arriva dal Rapporto annuale 2026 sull’economia dell’immigrazione redatto dalla Fondazione Leone Moressa, l’ente di ricerca che studia il rapporto tra immigrazione ed economia. Il rapporto, presentato il 13 ottobre al Cnel, ha rielaborato settore per settore i dati Istat su occupazione e produzione.
Il numero conta perché sposta il dibattito dal terreno delle percezioni a quello dei conti: misura quanto vale davvero, nell’economia reale, una componente della forza lavoro di cui si parla molto ma forse non si conosce abbastanza. Gli stranieri oggi in Italia rappresentano il 10,7% degli occupati ma generano una quota di ricchezza un po’ più bassa, che vale la pena indagare.
Crescono gli imprenditori stranieri mentre calano quelli italiani
I 2,6 milioni di occupati di origine immigrata incidono più della media proprio nei comparti dove la manodopera scarseggia: in agricoltura producono il 21,3% del valore aggiunto, nelle costruzioni il 18,4%, in alberghi e ristoranti il 14,4%. Anche il bilancio con lo Stato chiude in attivo: gli oltre 5 milioni di contribuenti nati all’estero hanno dichiarato quasi 88 miliardi di redditi e versato 12,6 miliardi di Irpef.
Da un lato c’è il gettito fiscale e contributivo, dall’altro la spesa per sanità, scuola, welfare, giustizia e accoglienza: il confronto restituisce un saldo positivo di 1 miliardo, con 45 miliardi di entrate contro 44 di uscite. Cresce infine l’imprenditoria. I titolari d’impresa stranieri sono quasi 796 mila, il 10,8% del totale, aumentati del 21,3% fra il 2015 e il 2025, mentre quelli nati in Italia sono calati del 5,2%. A trainare sono le comunità cinese e romena.
Più nascite, più manodopera
Il contributo più strutturale, però, è quello demografico. Dal 2007 nel nostro Paese i decessi superano le nascite, e l’Italia è fra le nazioni che si stanno spopolando più rapidamente. La popolazione di origine straniera, più giovane e con una natalità più alta, attenua questa tendenza e le ricadute sul mercato del lavoro sono già evidenti: secondo le previsioni Unioncamere-Excelsior, fra il 2025 e il 2029 alle imprese serviranno circa 3,7 milioni di occupati, in larga parte per rimpiazzare chi va in pensione.
Mansioni ancora poco qualificate
Dietro i saldi positivi restano però zone d’ombra. Il Rapporto descrive un’occupazione straniera in gran parte “segregata” nelle professioni non qualificate e nei settori ad alta intensità di manodopera, con un divario marcato a sfavore delle donne. Appena il 9,1% dei lavoratori stranieri svolge professioni qualificate e tecniche, contro il 39,6% degli italiani.
Il 29,9% ricopre invece mansioni non qualificate, una quota quasi quattro volte superiore all’8% registrato fra gli italiani. Gli operai e gli artigiani sono il 31,2%, contro il 21%; soltanto nel commercio e nei servizi le percentuali si equivalgono e sono attorno al 30%. Il peso di questi impieghi a basso valore aggiunto aiuta a spiegare la distanza fra quota di occupati e quota di ricchezza prodotta.
La geografia del valore prodotto
Le tabelle allegate al Rapporto permettono di leggere la dinamica più a fondo: i residenti stranieri sono circa 5,4 milioni, il 9,1% della popolazione, in crescita rispetto al 2002 quando erano solo 1,3 milioni. Hanno in media 36,5 anni e producono più valore aggiunto in Emilia-Romagna, dove tocca il 13%, in Lombardia (12%) e Toscana (11,7%).
Nel Mezzogiorno, Abruzzo escluso, resta invece sotto il 5. Mentre la Lombardia, da sola, con 611 mila occupati stranieri e 55,4 miliardi, concentra oltre un quarto del “Pil dell’immigrazione” nazionale.
Oltre 8 miliardi di euro tornano nei Paesi di origine
Il dettaglio fiscale mette in luce un forte divario di reddito. Un contribuente nato all’estero dichiara in media 17.670 euro, circa un terzo in meno dei 26.920 di chi è nato in Italia, con un’aliquota media Irpef del 14,3% contro il 18,7%. Fra le entrate, la voce più consistente è rappresentata i contributi sociali netti, 26,5 miliardi su 45. Fra le uscite contano soprattutto la protezione sociale (19,4 miliardi) e la scuola (8,3), mentre accoglienza e integrazione valgono 2,5 miliardi.
Fra gli imprenditori, la crescita più rapida del decennio riguarda i nati in Pakistan (+79,6%) e in Albania (+73,5%), mentre quelli di origine marocchina diminuiscono del 12%. Infine, le rimesse: nel 2025, dall’Italia sono partiti verso i Paesi d’origine 8,6 miliardi di euro, il 34,9% in più rispetto a dieci anni prima. Quasi un quinto ha preso la strada del Bangladesh: 1,7 miliardi, più che triplicati dal 2015. I flussi diretti in Romania si sono invece ridotti di due terzi, un segnale di come stia cambiando la composizione delle comunità che lavorano nel nostro Paese.


