Le aziende cercano migliaia di ingegneri, ma molte posizioni restano vacanti nonostante il numero crescente di laureati. Tra competenze non allineate, stipendi poco competitivi e attrazione dei mercati esteri, il mismatch tra formazione e domanda di lavoro continua ad allargarsi
La carenza di ingegneri in Italia è ormai diventata strutturale, proprio ora che ce n’è più bisogno. La volatilità dei mercati energetici, le tensioni geopolitiche e l’esigenza di rendere più robuste le catene di approvvigionamento spingono le imprese a investire maggiormente nelle competenze tecniche. Allo stesso tempo, l’accelerazione di digitalizzazione, automazione e transizione energetica aumenta la domanda di professionisti capaci di combinare conoscenze specialistiche e visione strategica.
Eppure, secondo i dati riportati nel paper “Riflessioni e dati sull’Ingegneria che cambia” del Centro Studi del Consiglio nazionale degli ingegneri, nell’ultima parte del 2025 risultavano quasi 7.000 ingegneri introvabili a fronte di circa 12.000 posizioni richieste dal mercato. Si potrebbe pensare che non ci siano abbastanza laureati, ma il problema è molto più complesso visto che il nostro sistema universitario continua a sfornare ogni anno oltre 25mila laureati magistrali in ingegneria, molti più di quelli che le aziende cercano. Come si spiega allora questo paradosso?
Mancano competenze
Una delle ragioni del mismatch è che i nostri laureati non hanno le specializzazioni richieste dalle aziende, cioè soprattutto automazione, software, elettronica, cybersecurity, data engineering. «È riconosciuto che nelle nostre università manca la componente pratica e che i nostri laureati soffrono dello storico scollamento tra mondo della formazione e mondo del lavoro. La nostra è una formazione più accademica, orientata alla ricerca, con una preparazione teorica molto importante» spiega Maria Pungetti, ingegnere e presidente di Confprofessioni Emilia-Romagna.
Sempre secondo i dati del CNI, il reperimento di figure specializzate è difficile soprattutto per gli ingegneri industriali (62% è il tasso di difficoltà), per quelli dell’informazione/elettronici (54%) e per i civili (55%).
La tentazione estera
Un’altra ragione è da cercare nelle condizioni di lavoro non soddisfacenti: stipendi e prospettive di carriera possono rendere meno attrattive le posizioni aperte. Un’indagine 2025 del Centro Studi CNI su oltre 1.000 laureati e laureandi in ingegneria mostra come circa un quinto degli intervistati dichiari interesse per esperienze lavorative all’estero e secondo i dati del Rapporto AlmaLaurea sulla mobilità internazionale, a un anno dalla laurea lavora all’estero il 4,0% dei giovani ingegneri italiani e a 5 anni il 5,5%.
All’estero le competenze acquisite in Italia vengono valutate diversamente perché metodo e approccio analitico costituiscono basi forti quando i nostri laureati vengono a contatto con i vari rami di specializzazione. «La formazione tecnica italiana è riconosciuta come eccellente a livello europeo. Dalle facoltà di ingegneria degli atenei italiani, con il loro approccio rigoroso ai fondamentali, l’enfasi sul ragionamento analitico e la capacità di formare profili versatili, escono professionisti capaci di adattarsi a contesti diversi, di affrontare problemi complessi con metodo e di fare carriera ovunque» spiega Alessandro Rosati, CEO di Agap2 Italia, multinazionale di consulenza ingegneristica e informatica.
I profili che l’Europa cerca
Agap2 ha condotto un’analisi che fotografa le tendenze in atto nei principali mercati in Europa per capire come ogni Paese sta cercando di rispondere alle sfide di un mercato del lavoro sempre più competitivo e complesso. Il mercato italiano, per esempio, mostra una domanda crescente di profili capaci di muoversi tra discipline diverse: ingegneri gestionali con competenze digitali, figure di raccordo tra produzione e sistemi IT o esperti dell’automazione industriale.
Il modello industriale francese, invece, caratterizzato da grandi gruppi nei settori aerospace, automotive ed energia, ha una domanda stabile e ben definita di tecnici. Portogallo e Spagna, che attraversano una fase di rapida accelerazione con una spinta marcata verso le energie rinnovabili, cercano infine ingegneri per infrastrutture sostenibili, mentre la digitalizzazione del tessuto produttivo ha alimentato la ricerca di profili IT specializzati.
La carica dei pentiti
C’è una terza ragione per cui i giovani ingegneri italiani, pur non emigrando all’estero, non rispondono comunque alla domanda del mercato: abbandonare la carriera decisa all’inizio degli studi. Sono sempre i dati del CNI a mostrare come molti laureati lavorino nella consulenza, nella finanza, nel management o nella pubblica amministrazione. Lo dimostra per esempio il fatto che nel 2023 si sono abilitati circa 9.300 ingegneri, meno di un terzo del potenziale bacino di laureati magistrali.


