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Condutture vecchie, polizze assenti: dove sta il vero rischio ambientale

Ogni anno in Italia si contano oltre mille nuovi casi di contaminazione dell’ambiente: pesano impianti vecchi, poca manutenzione ed errori umani. Il report di Pool Ambiente rivela quanto il rischio reale sia lontano da quello percepito

Per le imprese i temi ambientali sono ormai all’ordine del giorno, perché le norme europee si fanno sempre più stringenti: dal regolamento sui pellet in plastica alla direttiva sul monitoraggio dei suoli, fino agli obblighi ESG in arrivo con la legge di delegazione europea. Ma c’è un pericolo ancora maggiore: in Italia, ogni anno, si verificano più di mille nuovi casi di contaminazione ambientale. Gli sversamenti criminali non c’entrano nulla: la maggior parte dei danni arriva da imprese che per la legge sono considerate a norma. Questo dato è emerso dall’ultimo report dell’Osservatorio Pool Ambiente, un consorzio di coassicurazione specializzato nei rischi di responsabilità ambientale nato nel 1979, all’indomani del disastro di Seveso. In pratica, il 70% dei disastri ambientali dipende da cause strutturali come la scarsa manutenzione e l’errore umano. In particolare, la corrosione di vasche, serbatoi e condutture è responsabile del 40,8% dei casi e i guasti dell’11,2%. Gli eventi naturali eccezionali, quelli a torto più temuti, pesano invece solo per il 2,7%. L’aspetto curioso è che pochissime aziende decidono di rinnovare le strutture e ancora meno stipulano un’assicurazione contro i danni ambientali provocati dalla propria attività.

Serbatoi oltre la data di scadenza

Gli studi storici sulla vita media dei serbatoi dimostrano che la loro resistenza all’usura è di circa 23 anni. «Ma in Italia la maggior parte delle installazioni ha superato da tempo questa soglia di senescenza, rendendo urgenti interventi di trasformazione a doppia parete, relining delle tubazioni o sostituzione degli impianti più obsoleti» spiega Lisa Casali, divulgatrice scientifica e manager di Pool Ambiente. Eppure, in oltre il 99% dei casi di incidente manca una copertura assicurativa per le spese di bonifica e ripristino, con un impatto diretto sulle finanze pubbliche, sulla continuità operativa delle imprese coinvolte e sulla tutela dei cittadini che abitano nei territori circostanti.

Si teme l’incendio, ma il guaio è la perdita

L’indagine di Pool Ambiente va oltre, segnalando un profondo disallineamento tra la percezione del rischio da parte delle imprese e la realtà dei fatti. Tra i sinistri più temuti dalle aziende, infatti, c’è l’incendio che, nella realtà, si verifica solo nel 10,1% dei casi, mentre la perdita da serbatoi, vasche e condutture interrate, che rappresenta il rischio principale solo per il 13% dei manager, è più frequente di quanto si creda e accade nel 40,5% dei casi. «A cinquant’anni dal disastro di Seveso, dobbiamo comprendere che la tutela dell’ambiente non è più solo una questione di adempimento burocratico, ma di gestione tecnica e culturale del rischio ambientale» prosegue Casali. «La prevenzione del danno passa prima di tutto da una strategia di manutenzione predittiva e da una formazione strutturata del personale. Un sistema di gestione del rischio ambientale robusto richiede investimenti sia sulla prevenzione che sulla mitigazione, coordinati da una mappatura preliminare sistematica delle sorgenti e degli scenari di danno specifici del sito.

È fondamentale evidenziare l’elevato rapporto costi-benefici di queste misure: l’investimento preventivo è spesso decine o centinaia di volte inferiore alla magnitudo del potenziale danno». Un esempio classico è il rivestimento di un serbatoio interrato: un intervento da poche migliaia di euro è in grado di prevenire passività ambientali per centinaia di migliaia di euro.

L’RC generica non basta

L’UNI, l’Ente Italiano di Normazione, ha stabilito una Prassi di Riferimento chiamata UNI 107:2021 “Ambiente Protetto”: è la prima norma al mondo dedicata alla prevenzione del danno ambientale e della corretta gestione dell’emergenza e dei rischi di responsabilità ambientale. La prassi contiene un elenco di best practice da applicare agli impianti, al personale e all’organizzazione di un’impresa, con l’obiettivo di ridurre la probabilità e l’intensità di eventuali danni all’ambiente e agli ecosistemi circostanti.

«La prevenzione diventa così anche un vantaggio reputazionale e un indicatore ESG misurabile per investitori e stakeholder, riducendo fino al 73% la probabilità di danno ambientale e fornendo una checklist oggettiva su impianti, personale e organizzazione. Le imprese devono inoltre superare i falsi miti: la convinzione di essere già protette dalle polizze di RC Generale è pericolosa, poiché tali coperture escludono l’inquinamento graduale e non coprono i costi di bonifica sul proprio sito, dove avviene la quasi totalità delle contaminazioni».

Strategie per mettersi al sicuro

La UNI 107:2021 “Ambiente Protetto” può ridurre la probabilità di danni fino al 73%. Ecco le principali azioni indicate per tenersi al sicuro dai rischi: mappare rischi e scenari possibili perché non ci si può proteggere da ciò che non si conosce, eliminare le sorgenti di rischio evitabili come i serbatoi obsoleti, adottare misure di prevenzione come la protezione catodica, adottare misure di mitigazione come i bacini di contenimento, effettuare una manutenzione predittiva anziché come reazione al danno, formare il personale visto che l’errore umano causa oltre il 26% dei sinistri, seguire le raccomandazioni e le linee guida del settore, predisporre un piano di Pronto Intervento.

Se a pagare è la collettività

Naturalmente, dotarsi di una copertura assicurativa ambientale dedicata aiuta. I costi di ripristino ordinari, che oscillano tra i 200mila e 4milioni di euro superano spesso la capacità di cassa delle aziende tanto che, tra il 2006 e il 2023, hanno già causato il fallimento di circa 20mila aziende. Quando l’impresa non è in grado di far fronte alla riparazione dei danni, il peso passa alla collettività: il Rapporto ISPRA 424/2025 censisce 484 siti orfani, quelli cioè in cui il responsabile non è individuabile o non provvede.

La rilevazione statistica di ANIA (Associazione Nazionale fra le Imprese Assicuratrici) sulla diffusione delle polizze di responsabilità ambientale tra le aziende italiane segnala un aumento: dal 2021 al 2023, ultimo anno di rilevazione, la stipula è aumentata del 32,6%. Tra i settori più assicurati ci sono rifiuti (22,62%), chimico (14,08%) e petrolifero (6,55%). In fondo alla classifica, siderurgico e metalmeccanico (0,94%), trasporti (0,64%) e civile, commerciale e turismo (0,16%).

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