Da dodici anni l’Emilia-Romagna riconosce chi assiste un familiare e lo inserisce nella rete dei servizi. Ora il disegno di legge nazionale è alla Camera, ma le associazioni non chiedono solo un contributo. Servono diritti e servizi garantiti in tutto il Paese
Sono circa 7 milioni in Italia i caregiver, ovvero, coloro che si prendono cura di un familiare anziano, malato o con disabilità. Garantiscono il 94% dell’assistenza continuativa alle persone non autosufficienti (dati Censis). Nella maggior parte dei casi sono donne con già sulle spalle il carico di un lavoro e di una famiglia. Eppure, il caregiving è un lavoro vero e proprio, senza contratto, senza ferie e, per lo Stato, senza neanche un nome: a livello nazionale il caregiver familiare non ha ancora una disciplina organica. Il disegno di legge del governo è arrivato all’esame dell’Aula di Montecitorio e la ministra per le Disabilità, Alessandra Locatelli, assicura che sarà approvato a breve. Ma cosa garantirà davvero la legge?
Il modello emiliano
Per capire cosa dovrebbe prevedere la nuova legge conviene guardare a chi ci è arrivato per primo. Nel 2014, con la legge regionale n. 2, l’Emilia-Romagna è stata la prima Regione a riconoscere il caregiver familiare, su spinta dell’associazione Carer di Carpi, la più vasta del settore. La norma riconosce il ruolo anche a chi non convive con la persona assistita e, soprattutto, non si ferma al riconoscimento. «La legge emiliana sostiene il caregiver e costruisce intorno a lui una rete di servizi sociali e sanitari» spiega Loredana Ligabue di Carer. «Per esempio la formazione, l’orientamento e il supporto pratico e psicologico». Uno dei servizi più innovativi è il sollievo domiciliare, attivo da anni nel distretto di Carpi. «L’assistenza domiciliare si limita a prestazioni come l’igiene o i pasti» precisa Ligabue. «Il sollievo è un’altra cosa: un operatore formato sostituisce il familiare in tutto e per tutto, per 4 ore consecutive, un fine settimana o anche 15 giorni. Abbiamo preso il modello dalla Francia, dove la strategia di sostegno ai caregiver si chiama “boccata d’aria”. Perché il caregiver deve respirare: dormire, fare la spesa con calma».
Leggi ma non servizi
Dal 2025 la Regione Emilia Romagna ha un fondo dedicato, con 3 milioni di risorse proprie che, sommati ai fondi nazionali, superano i 5 milioni, e ha fissato linee di indirizzo per estendere il sollievo al domicilio su tutto il territorio. Negli anni altre Regioni hanno seguito l’esempio. «Oltre all’Emilia-Romagna, altre 12 Regioni hanno approvato una legge coerente con la nostra» osserva Ligabue. «Ma i percorsi attuativi non sono tutti uguali, e pochissime li hanno attivati, perché le risorse sono poche». Il risultato è un riconoscimento sulla carta che non si traduce in aiuti concreti, e un Paese a due velocità: in molte aree del Sud mancano persino i centri diurni.
Cosa prevede il ddl
Il testo all’esame della Camera, modificato in commissione Affari sociali, distingue i caregiver in base alle ore di assistenza settimanali: il “prevalente” è convivente e impegnato per almeno 91 ore, poi c’è il “convivente” tra 30 e 91 ore, e il “non convivente” con almeno 30 ore. Il contributo economico arriva fino a 400 euro al mese, erogati ogni tre mesi, con Isee fino a 25mila euro, ma sopra i 15mila scende fino a 40 euro. Sono previste tutele sul lavoro, come la priorità per il part-time e lo smart working, e servizi di supporto psicologico e di sollievo, senza però importi definiti. Mancano le tutele previdenziali, che la ministra indica come obiettivo futuro.
Per Carer il nodo resta l’impianto. «Il testo discrimina in modo rilevante, dal punto di vista delle tutele e dei sostegni, tra chi è convivente e chi non lo è» sottolinea Ligabue. «Il genitore di un bambino disabile è convivente, ma il figlio di un anziano spesso no, e sono tantissimi». Anche il limite di distanza tra caregiver e assistito, portato in commissione da 25 a 40 chilometri, resta per l’associazione un criterio arbitrario. E il supporto psicologico è demandato alle Regioni, che però non sempre stanziano fondi, rischiando di mantenere così le disparità territoriali. Critiche simili arrivano da altre associazioni, che giudicano insufficienti le risorse, invariate nonostante l’allargamento della platea e per questo il relatore ha rinviato la questione alla prossima legge di Bilancio.
I diritti che servono
Il confronto con l’esperienza emiliana indica cosa dovrebbe garantire una legge nazionale: un riconoscimento che non dipenda dalla convivenza, servizi di sollievo e supporto uguali in tutto il Paese, tutele previdenziali e sul lavoro, attenzione alla salute di chi assiste. «Viviamo una trasformazione strutturale: saremo sempre più anziani, con sempre più bisogno di cura, e i nuclei familiari si riducono» conclude Ligabue. «Il peso non può ricadere tutto sulle famiglie: la cura deve diventare una questione pubblica».


