Le università italiane rafforzano il loro ruolo nella cooperazione internazionale, contribuendo allo sviluppo dell’istruzione superiore e universitaria nei Paesi più poveri. Dai progetti accademici in Africa alle iniziative in America Latina, l’obiettivo è creare competenze, occupazione e rete
C’è una scena che racconta meglio delle statistiche cos’è davvero la cooperazione internazionale: una cerimonia di laurea. È accaduto pochi giorni fa all’Università di El Salvador, dove è stato proclamato il primo ingegnere geologo nella storia del Paese. Un traguardo simbolico, ma anche concreto perché dietro quel titolo c’è un lavoro lungo anni, costruito grazie alla collaborazione con università italiane e al sostegno delle istituzioni pubbliche.
La bella notizia è che non si tratta di un caso isolato. Negli ultimi anni, infatti, il ruolo degli atenei italiani nella cooperazione allo sviluppo si è fatto sempre più strutturato, con scambi accademici, progetti di ricerca e programmi per rafforzare sistemi educativi fragili e favorire di consguenza la crescita economica di Paesi più deboli.
Costruire rete e autonomia
A guidare questa strategia è il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, insieme all’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo. Attraverso bandi e programmi pluriennali, le istituzioni finanziano le iniziative in Africa, America Latina e Asia, con l’obiettivo di trasferire conoscenze e costruire autonomia, al di là dei modelli assistenzialisti. Tra i progetti più significativi c’è ACHIEVE-IT, un programma che mette in rete atenei italiani e istituzioni africane per rafforzare l’istruzione superiore.
Docenti, ricercatori e studenti condividono percorsi per migliorare la qualità dell’insegnamento e la capacità di produrre innovazione locale, costruendo competenze insieme e adattandole ai contesti territoriali. «Siamo rimasti soddisfatti dalla qualità degli studenti che abbiamo incontrato, apprezzato la loro fame di tecnologia: volevano imparare di più su alcuni software che abbiamo mostrato per capire meglio, abbiamo messo in pratica il valore della rete» raccontano Alessandro Fortunato, docente di Tecnologia e Sistemi di Fabbricazione presso il Dipartimento di Ingegneria Industriale dell’Università di Bologna, e il suo collega Alessandro Ascari di Tecnologie e Sistemi di Lavorazione, che hanno tenuto all’Università di Stellenbosch, in Sudafrica, una Summer School sulle tecnologie Laser.
Start up in Kenya per ridurre la povertà
Un altro esempio è quello della E4Impact Foundation, attiva in diversi Paesi africani, in particolare in Kenya. Qui, in collaborazione con università locali, sono stati avviati master e programmi di incubazione d’impresa che hanno già sostenuto centinaia di start-up per generare occupazione, evitando la fuga di talenti e rafforzando il tessuto economico locale.
«La collaborazione con il Kenya per rafforzare la creazione di imprese e posti di lavoro è uno dei pilastri della partnership tra Italia e Kenya» ha spiegato l’ambasciatore italiano sul territorio, Roberto Natali. «È attraverso l’imprenditorialità e l’innovazione che possiamo contribuire alla riduzione della povertà e alla prosperità a lungo termine, anche in considerazione della giovane età media della popolazione che presto si affaccerà sul mercato del lavoro».
Un vantaggio reciproco
Questi interventi rispondono a una logica diversa rispetto al passato. La cooperazione universitaria non è più vista come un’attività marginale o puramente culturale, ma come uno strumento strategico di politica estera. Investire nella formazione significa infatti incidere nel lungo periodo: creare professionisti, tecnici e manager che possano guidare lo sviluppo dei loro Paesi.
Il caso della laurea in ingegneria geologica in El Salvador è importante anche per un altro motivo: la formazione in questo settore ha ricadute dirette sulla gestione del territorio, per esempio sulla prevenzione dei rischi naturali o sull’utilizzo sostenibile delle risorse. Anche le università italiane traggono beneficio da queste collaborazioni. L’internazionalizzazione della ricerca, il confronto con contesti diversi e la possibilità di lavorare su sfide globali rappresentano un valore aggiunto. Ma non mancano le criticità, dalla continuità dei finanziamenti italiani alla stabilità politica nei Paesi focus.


