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Ma c’è sempre fame di Made in Italy

Una dote finanziaria di circa 8 miliardi di euro. Il pressing sull’Unione europea per tutelare i prodotti italiani. I primi passi verso una nuova Pac. Dalla terra alla tavola, le prospettive del settore agroalimentare passano attraverso la politica. In Italia e in Europa. Parla il sottosegretario all’Agricoltura Luigi d’Eramo

Solo pochi anni fa sembrava un traguardo irraggiungibile arrivare a 50 miliardi di export agroalimentare. Nel 2023 abbiamo superato quota 62 miliardi di euro e tanto ancora si può crescere, anche intensificando il contrasto all’Italian sounding che si stima valga circa 63 miliardi di euro annui. Il che dimostra quanto nel mondo ci sia fame e sete di Made in Italy». Il sottosegretario del ministero dell’Agricoltura e della sovranità alimentare e delle foreste (Masaf), Luigi D’Eramo, snocciola con una punta d’orgoglio i record che l’agroalimentare italiano inanella anno dopo anno: «un volano di crescita e di sviluppo dei territori oltre che un traino sempre più importante per il turismo; protagonista del rilancio di tante economie locali, soprattutto nelle aree interne e di montagna dove molti prodotti tipici, nonostante la loro eccellenza, ancora faticano a farsi conoscere da un pubblico più vasto».

D. Dalla terra alla tavola, quali misure ha messo in campo il ministero dell’Agricoltura per sostenere la filiera alimentare italiana?

Da quando si è insediato il Governo, il Masaf ha lavorato perché al settore fosse data assoluta centralità, in Italia e in Europa. Sia con le misure finanziate attraverso i fondi del Pnrr, sia con i provvedimenti della legge di Bilancio e con il più recente Dl Agricoltura l’obiettivo è stato sostenere i nostri agricoltori, allevatori e pescatori e mettere nelle condizioni il nostro sistema agroalimentare di essere sempre più competitivo e in grado di affrontare le principali sfide che abbiamo davanti.

D. A quanto ammontano le risorse finora stanziate a sostegno del settore?

Solo con il Dl Agricoltura sono stati stanziati nel complesso circa 500 milioni di euro. Per quanto riguarda le risorse del Pnrr destinate all’agroalimentare grazie al Governo la dotazione finanziaria è stata aumentata da circa 3,7 a oltre 6,5 miliardi di euro, a cui vanno aggiunti i fondi del Piano nazionale complementare, pari a 1,2 miliardi, per un totale di circa 8 miliardi di euro: uno stanziamento economico estremamente rilevante per l’asset primario del Paese.

D. E quali azioni sul piano politico?

In questi mesi l’Italia è stata protagonista in Europa, e non solo, su tanti dossier. Siamo stati il primo Paese a dire no al cibo sintetico e ci siamo battuti contro un sistema di etichettatura sbagliato e fuorviante come il “Nutriscore” che penalizza prodotti simbolo di tutto il “Made in Italy” a vantaggio di cibi creati in laboratorio e standardizzati. Sempre grazie al lavoro portato avanti dall’Italia nelle sedi comunitarie è stato possibile arrivare a una riforma mirata della Pac. Quest’ultima certo rappresenta solo un primo passo, ma è un segnale di un cambiamento di rotta che va verso una maggiore semplificazione e minore burocrazia.

D. Quali sono i punti di forza del Piano strategico nazionale della Pac 2023/27 e quanto incide sulla spesa pubblica?

Il Piano strategico nazionale è stato il risultato di un lungo lavoro con cui si è cercato di trovare un equilibrio in grado di dare risposte alle istanze dei vari comparti alla luce della nuova Pac. Con il Piano strategico nazionale della Pac il settore produttivo agricolo e agroalimentare italiano può contare su oltre 35 miliardi nel quinquennio. Tuttavia, va ricordato che in questi ultimi anni ci sono stati profondi cambiamenti, e alla luce di questo occorre rivedere anche la Pac. Quando è stata introdotta nel 1962 tra i suoi obiettivi la Politica agricola comune aveva l’incremento della produttività, il tenore di vita equo degli agricoltori, la sicurezza degli approvvigionamenti e prodotti a prezzi ragionevoli. Oggi più che mai va recuperato quello spirito. La Pac resta una delle principali voci del bilancio europeo, ma diversi paesi nel mondo stanno investendo molto più di noi nel settore primario perché ne hanno compreso l’importanza. Senza agricoltura sarebbe a rischio la sicurezza alimentare di tutti gli Stati membri. È un asset strategico e fondamentale che va difeso e valorizzato.

D. Perché l’Unione europea, molto spesso, interviene con politiche che rischiano di penalizzare il Made in Italy?

In questi anni abbiamo assistito a delle vere e proprie eurofollie, figlie di un furore ideologico di ambientalisti da salotto che hanno trattato gli agricoltori come nemici, non preoccupandosi delle conseguenze di politiche poco lungimiranti e scollegate dalla realtà. La sostenibilità ambientale non può prescindere da quella economica e sociale e dalla produttività. Con il voto di giugno i cittadini europei hanno chiesto un cambio di rotta. L’auspicio è che la nuova Commissione rimedi agli errori fatti in passato. È arrivato il momento di fare scelte di buonsenso e ridare agli agricoltori, allevatori e pescatori la centralità e il rispetto che meritano. L’Italia può continuare a essere un modello di riferimento per quanto riguarda il benessere alimentare e la qualità. Il nostro modello di riferimento resta la Dieta Mediterranea, riconosciuta come la migliore dieta al mondo oltre che la più sostenibile per il Pianeta.

D. Sì, però, da una parte, l’inflazione e la crisi energetica pesano sul settore produttivo; dall’altra, l’aumento dei prezzi delle materie prime incide sui consumi delle famiglie. Prevede qualche schiarita all’orizzonte?

Proprio per far fronte agli elevati costi dell’energia una delle principali misure nell’ambito del Pnrr è stata quella del Parco Agrisolare. Da un’iniziale dotazione di 1,5 miliardi di euro c’è stata una implementazione di 850 milioni di euro. Dunque, oltre 2,3 miliardi di fondi per abbattere i costi di produzione e di differenziare le fonti energetiche, senza consumare suolo agricolo. Investimenti che potranno migliorare la vita delle nostre imprese. Da tempo stiamo facendo i conti con anni difficili: alla pandemia è seguito il conflitto russo ucraino e crisi internazionali che hanno pesato sulle tasche di famiglie e imprese. Chiaramente la difficile congiuntura economica fa sì che il prezzo orienti le scelte dei consumatori. Quello che stiamo cercando di fare è sostenere le nostre filiere produttive, soprattutto quelle in maggiore difficoltà.

D. Il cambiamento climatico è uno dei maggiori pericoli per le produzioni agroalimentari italiane. Gli obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030 e il green deal sono ancora strumenti validi per contrastare il riscaldamento della terra?

Gli effetti del cambiamento climatico hanno causato criticità a diversi settori che hanno visto le produzioni drasticamente ridotte, anche a causa del sopraggiungere di fitopatie che si sono sommate alla siccità o a fenomeni di eccezionale maltempo e alluvioni. Abbiamo sempre detto che, pur essendo gli obiettivi condivisibili, andava fatta una riflessione sui tempi. Gli agricoltori sono i primi custodi dell’ambiente e del territorio ma devono essere messi nella condizione di poter fare il loro lavoro. È emblematica la direttiva sui prodotti fitosanitari. Si ipotizzava una riduzione da qui al 2030 del 50% – per l’Italia addirittura del 62% – ma senza che vi fossero efficaci alternative al loro utilizzo. L’inevitabile conseguenza è che sarebbero state penalizzate imprese virtuose a vantaggio di quelle di Paesi extra Ue che non hanno i nostri stessi standard in fatto di ambiente e di rispetto del lavoro. Come Italia siamo stati tra i primi a evidenziare tutte le contraddizioni di tale proposta e il suo ritiro da parte della Commissione lo scorso febbraio è stata una vittoria del nostro Paese. L’ambiente va tutelato, ma garantendo allo stesso tempo le produzioni.

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