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Un pizzico di garantismo e l’antipasto è servito

Non è certo una riforma della giustizia. E il ministro Carlo Nordio, per 40 anni magistrato inquirente, lo sa bene. Il suo disegno di legge, che vuole riformare due articoli del Codice penale e modificare alcune regole della procedura, è tutt’al più un antipasto di riforma. È un primo passo, colorato di garantismo, diciamo. Il ministro, però, ha sulla scrivania temi ben più impegnativi e rivoluzionari: a partire, per fare soltanto un esempio, dalla separazione delle carriere dei magistrati.

Abuso d’ufficio: solo 37 condanne

Nell’attesa, Nordio e il governo propongono al Parlamento di abrogare l’abuso d’ufficio, un reato che l’articolo 323 del Codice penale al momento punisce con la reclusione da 1 a 4 anni. Che il reato sia poco utile è innegabile: lo dimostrano le statistiche. Ogni anno si aprono diverse migliaia di procedimenti, ma 96 su 100 si chiudono con l’archiviazione dell’indagine; e la quota non cambia in caso di rinvio a giudizio, se è vero che le condanne sono state soltanto 37 nel 2020, e appena 18 nel 2021. Per come è concepito, inoltre, l’abuso d’ufficio oggi ha effetti sicuramente dannosi. Moltissimi amministratori locali, di destra come di sinistra, sostengono infatti di essere frenati negativamente nella loro azione quotidiana proprio dalla paura di cadere involontariamente nelle maglie del reato.

Influenze grilline

Il disegno di legge di Nordio propone poi di modificare (senza abolirlo), il traffico d’influenze, cioè il confuso reato d’ispirazione grillina che dal 2011 punisce chi «ottiene utilità» in cambio di una non meglio definita «intermediazione d’interessi». Il ministro più volte ha detto che, leggendo l’articolo del Codice penale che lo regola – il 346 bis – «non si capisce nemmeno quale reato descriva». Troppo spesso, poi, capita che vengano indagati semplici millantatori: persone che garantiscono d’intervenire presso un pubblico ufficiale, allo scopo di «sbloccare una certa situazione», ma poi in effetti non fanno nulla. Il ministro Nordio propone alcune modifiche intelligenti, che vogliono rendere più chiaro il perimetro del reato: prima di tutto, le relazioni tra il mediatore e il pubblico ufficiale dovranno essere sfruttate, non solo vantate, e dovranno essere esistenti, non solo asserite; l’utilità data o promessa al mediatore dovrà poi essere soltanto «economica» e dovrà riguardare una «mediazione illecita», un obiettivo di cui finalmente viene data una definizione normativa. Infine, la pena per il traffico illecito d’influenze aumenterà da 1 anno a 1 anno e 6 mesi.

L’altolà della magistratura

La magistratura sindacalizzata si è subito schierata contro le idee di Nordio. Il presidente dell’Associazione nazionale magistrati, Giuseppe Santalucia, ha dichiarato pubblicamente che cancellare l’abuso d’ufficio esporrà i cittadini all’assenza di tutela di fronte ai comportamenti indebiti di un pubblico amministratore. Si dice sempre che i magistrati dovrebbero applicare le norme, non commentarle, e infatti le parole di Santalucia per giorni hanno acceso una dura polemica politica. Pochi, però, hanno notato una frase sibillina del magistrato, una specie di avvertimento: «Abrogare l’abuso d’ufficio», ha detto Santalucia, «costringerà il pubblico ministero a trovare nel sistema una norma diversa con cui poter fare luce su quanto è avvenuto». E non è sbagliato. La riforma, in effetti, rischia di produrre un risultato masochistico, per chi abbia a cuore un obiettivo garantista: di fronte alla denuncia del presunto illecito fatto da un sindaco, o da un ministro, in assenza del reato d’abuso d’ufficio i pm procederanno di certo per corruzione, un delitto oggettivamente più grave (la pena va da 3 a 8 anni). Da ex magistrato, Nordio forse dovrebbe cogliere l’avvertimento. Ed evitare il rischio…

Il precedente “Pecorella”

Il ministro ha proposto anche altri interventi. Uno riguarda il ricorso in appello da parte del pm, un tema oggetto di annose guerre parlamentari e di infinite polemiche, e già toccato da tentativi falliti di riforme. Nordio vorrebbe impedire all’accusa di opporsi con un ricorso in appello alle sentenze di assoluzione o di proscioglimento, ma soltanto per i reati meno gravi, cioè quelli per cui la cui pena sia inferiore ai 4 anni. Anche questa non sarà una riforma facile. Basta ricordare che nel 2006 Gaetano Pecorella, noto penalista milanese e per lunghi anni parlamentare di Forza Italia, aveva ottenuto l’approvazione di una norma simile, poi passata alla storia come «legge Pecorella», ma un anno dopo la Consulta ne aveva dichiarato la parziale incostituzionalità.

Intercettazioni e scetticismo

L’ultima parte del progetto Nordio riguarda le intercettazioni, un altro tema estremamente «sensibile» nella polemica politica e giornalistica degli ultimi decenni: è innegabile, del resto, che i media abbiano troppo spesso trasformato le carte processuali in gogna, trasformando atti che dovrebbero essere strettamente giudiziari in strumento indebito (e indegno) di lotta politica. Così il disegno di legge di Nordio vieta in generale la pubblicazione del contenuto delle intercettazioni, consentendola solo «se il contenuto è riprodotto dal giudice nella motivazione di un provvedimento o se è utilizzato nel corso del dibattimento». Il ministro vorrebbe vietare anche alla polizia giudiziaria di riportare nei verbali d’intercettazione «i dati relativi a soggetti diversi dalle parti, salvo che risultino rilevanti ai fini delle indagini». E vorrebbe vietare al giudice di acquisire le registrazioni e i verbali d’intercettazione che riguardino soggetti diversi dagli indagati, sempre che non ne sia dimostrata la rilevanza.

Come sempre accade in questo campo, è difficile capire se divieti come questi possano davvero impedire la divulgazione di atti coperti dal segreto. Ogni scetticismo è giustificato. A occhio, sarebbe sicuramente più efficace una norma più diretta, che attribuisca la piena responsabilità della segretezza di un atto a un preciso soggetto, per esempio il pm titolare dell’indagine. La norma dovrebbe prevedere sanzioni dure per il pm che si fa… sfilare da sotto il naso un documento coperto da segreto investigativo, per poi vederlo comparire su un giornale. Che sanzioni? Si può pensarne molte, per esempio il blocco degli avanzamenti in carriera per un periodo congruo. Un sistema del genere, di certo, sarebbe più efficace di mille divieti.

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