Dopo i valori record del 2025 e un 2026 iniziato in forte rialzo, l’oro torna al centro dell’attenzione dei risparmiatori. Tra tasse, costi, anonimato e scenari estremi, un nuovo libro analizza pro e contro dell’investimento in oro fisico, finanziario e digitale
Il 2025 è stato l’anno record per le quotazioni dell’oro e il 2026 è iniziato sulla stessa scia. Oggi l’oro vale il 65% in più rispetto a 50 anni fa, ha raggiunto massimi impensabili, complici le incertezze economiche globali, le tensioni geopolitiche e i conseguenti acquisti massicci di riserve auree da parte delle banche. E adesso, con tutti i dubbi e i timori su inflazione e debito, i risparmiatori si chiedono se investire in oro oggi conviene, se il metallo prezioso può essere considerato un bene rifugio. «Non lo è contro l’inflazione. Lo è contro un grande crac mondiale finanziario e valutario, che probabilmente nessuno di noi vedrà mai» assicura Beppe Scienza, docente di Metodi per le scelte finanziarie e previdenziali all’Università di Torino e autore della guida online ilrisparmiotradito.it. Nel suo nuovo libro, Oro. Bene rifugio o trappola?, appena uscito per Ponte alle Grazie, spiega tutti i vantaggi e gli svantaggi dell’investimento in lingotti, monete, oro finanziario e digitale.
No, non protegge dall’inflazione
Tra gli svantaggi, il principale è che l’oro non protegge sistematicamente dall’inflazione. Per secoli è stato usato come riserva di valore, quindi è associato all’idea di stabilità nel tempo e in certi periodi di alta inflazione il suo prezzo è salito, rafforzando questa convinzione. Ma in realtà i dati dimostrano come suo prezzo reale è oscillato per decenni senza seguire il costo della vita. Costi e tasse riducono ulteriormente il rendimento reale. «Oggi molti lo vedono come un investimento che non produce reddito, e questo spiega perché pur essendo esente da IVA e da imposte sul possesso l’investitore medio raramente lo prende in considerazione come investimento» dice l’esperto.
Tasse, regole e costi nascosti dell’oro italiano
Per capire come viene tassato l’oro in Italia bisogna fare delle distinzioni. Quello da investimento (lingotti e monete auree non numismatiche di alta purezza) è esente da IVA, a differenza dei gioielli o di altri metalli preziosi. Inoltre, chi tiene oro da investimento in casa o in cassaforte non deve dichiararlo, né pagare imposta di bollo o altre tasse sul possesso. Le tasse scattano alla vendita, il 26% sulla plusvalenza (differenza tra prezzo di vendita e di acquisto). Dal 2024, senza documentazione del costo di acquisto, l’imposta si calcola sull’intero ricavato e questo potrebbe annullare il guadagno reale anche su decenni di investimento, creando una situazione iniqua rispetto ad altri beni reali, che subiscono tassazione solo su plusvalenze effettive e reali. In più, il mercato dell’oro fisico è privo di quotazioni ufficiali e trasparenza, con elevati costi di intermediazione (5-7% sulle monete e lingotti piccoli). Gli intermediari guadagnano largamente sullo spread tra prezzo di acquisto e vendita, rendendo svantaggioso il trading diretto rispetto all’oro finanziario (ETC, futures).
Bene rifugio in scenari estremi
Per scovare i vantaggi bisogna considerare la natura del bene: l’oro non è una valuta né un titolo finanziario, ma un bene reale tangibile, esterno ai circuiti bancari e online. Questo lo rende adatto come riserva di valore in scenari estremi: fallimenti statali e bancari, iperinflazione, chiusura delle borse o blocco di Internet, confermando la sua funzione di “bene rifugio” millenario. Titoli e banconote, infatti, proteggono dall’inflazione, ma non dall’iperinflazione o dal default statale. Cripto e stablecoin dipendono da Internet. Immobili e beni mobili sono poco fungibili e difficili da monetizzare. Altri metalli preziosi (argento, platino, rodio) o pietre preziose non offrono liquidità né un mercato secondario consolidato. L’oro, al confronto, è facilmente vendibile e ha un mercato liquido consolidato, rafforzando il suo ruolo unico e duraturo come bene rifugio.
Anonimato: il vantaggio taciuto
Un vantaggio spesso taciuto è la garanzia di anonimato che l’oro fisico consente, essendo estraneo al circuito bancario e non tracciabile fiscalmente o legalmente. Permette di trasferire ricchezza, proteggersi da pignoramenti. E se i lingotti numerati e monete recenti sono tracciabili, le monete storiche o i lingotti ereditati mantengono l’anonimato. La fatturazione elettronica, dal 2019, registra gli acquisti, ma restano escluse molte transazioni private estere o non serializzate. L’oro serve così anche come “assicurazione futura” per chi vuole proteggere i propri risparmi in modo discreto.
Meglio fisico, finanziario o digitale?
Oggi, investire in oro significa scegliere tra fisico, finanziario o digitale. L’oro fisico è il metallo vero e proprio, mentre quello finanziario comprende strumenti legati alla quotazione del metallo (ETC, certificati, contratti futures) e non è oro reale. L’oro digitale, tramite blockchain e DeFi, permette di investire indirettamente, con anonimato maggiore, ma costi e rischi poco trasparenti. La scelta dipende dall’obiettivo: chi cerca anonimato e riserva di valore in scenari catastrofici deve preferire il fisico; chi mira a guadagni speculativi può orientarsi verso strumenti finanziari; chi vuole protezione dall’inflazione può usare entrambi, ma solo il fisico resiste a eventi estremi. Le banche centrali, infatti, seguono la logica prudente: oro fisico in lingotti come riserva di valore.
Lingotti o monete: cosa conviene al risparmiatore
Per il risparmiatore privato, l’acquisto diretto di oro reale è più sicuro che investire in azioni di società aurifere, fondi o PAC, che dipendono da utili aziendali, commissioni e tempistiche. «Lingotti e monete auree rappresentano le forme più pratiche e sicure: i lingotti da 1 kg offrono minor costo per grammo e trasporto relativamente agevole, ma sono più difficili da vendere rapidamente e richiedono saggi o certificazioni» spiega Scienza. «Le monete, come sterline, marenghi, krugerrand, sono più liquide e facilmente riconoscibili dagli operatori». Gioielli e medaglie costano di più e offrono meno liquidità, con IVA e margini di produzione persi al momento della vendita.


