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L’insostenibile leggerezza del manager della sostenibilità

Sulle loro spalle ci sono le sfide ambientali globali e le aspettative degli stakeholder riguardo alla sostenibilità delle attività aziendali. Sono tra le figure professionali più richieste dal mercato anche se, oggi, i sustainability manager sono presenti solo nel 7% delle nostre imprese. Ma della loro importanza si sta lentamente prendendo coscienza. Anche se sul loro ruolo in azienda c’è ancora un po’ di confusione.

In teoria il sustainability manager è una figura fondamentale nelle aziende moderne. Un profilo professionale che riflette l’importanza crescente delle pratiche sostenibili nel panorama aziendale globale e che opera come un fulcro strategico per integrare la sostenibilità in tutte le funzioni aziendali, promuovendo un equilibrio tra obiettivi economici, impatti ambientali e responsabilità sociale.

Nella pratica, invece, la realtà è un po’ diversa da quanto si legge nei manuali di management. Recentemente, la ricerca Il ruolo in azienda del responsabile della sostenibilità. Prospettive a confronto, realizzata da Deloitte per indagare le modalità con cui oggi viene gestita la sostenibilità nelle aziende in Italia, ha messo a confronto le aspettative delle imprese con l’esperienza di alcuni responsabili della sostenibilità con risultati sorprendenti: il divario tra il punto di vista delle imprese italiane – che, complessivamente, solo nel 7% dei casi dispongono di un responsabile della sostenibilità – e quello di coloro i quali si occupano effettivamente di tali temi è rilevante. Struttura gerarchica, natura delle competenze, mandato all’interno dell’organizzazione sono alcune delle aree critiche che l’indagine di Deloitte mette in luce anche se una convergenza c’è ed è sul fatto che questo ruolo in azienda sia destinato a essere sempre più centrale, per rispondere alle esigenze della normativa e alle aspettative degli stakeholder interni ed esterni alle imprese.

Anzianità di servizio

D’altra parte, la rilevanza di questi professionisti è evidente e deriva dall’urgente necessità di affrontare in primis le sfide ambientali globali, come il cambiamento climatico e la perdita di biodiversità e, non meno importante, di rispondere alle crescenti aspettative degli stakeholder riguardo alla sostenibilità delle attività aziendali.

Ciononostante, la ricerca evidenzia che, in Italia, solo il 37% delle imprese con più di 50 dipendenti ha istituito una figura dedicata esclusivamente alla sostenibilità. Tuttavia, i dati dimostrano anche che se ne sta rapidamente prendendo coscienza e lo si vede analizzando “l’anzianità”: il 52% di queste figure esiste in azienda da 2-5 anni, mentre il 29% da più di 5 anni.

Skill e autorevolezza

Ma di che cosa si occupa esattamente un sustainability manager? In estrema sintesi è un professionista che lavora per sviluppare strategie che minimizzino l’impatto negativo sul pianeta, migliorando al contempo la performance economica e la reputazione aziendale. Non un compito semplice, di certo non una posizione da assegnare a chi non ha una preparazione specifica e anche una certa autorevolezza, per status e competenze. Infatti, la ricerca Deloitte lo conferma. I responsabili della sostenibilità (RSO) tendono a occupare ruoli di rilievo all’interno delle organizzazioni: il 38% ricopre posizioni dirigenziali, mentre il 30% sono quadri.

Per quanto riguarda le responsabilità possiamo dire che le attività che svolge sono molte e diversificate e attengono sostanzialmente a quattro aree:

  • Analisi dell’impatto ambientale delle operazioni aziendali, analisi delle normative e dell’evoluzione dei fattori ESG e del loro impatto sulle dinamiche dei mercati dove opera l’azienda, sui rischi e sulle prospettive di redditività dei business;
  • identificazione di aree di miglioramento e definizione di obiettivi di performance di sostenibilità condivisi, concreti e misurabili;
  • diffusione della cultura della sostenibilità e quindi ideazione, gestione e realizzazione di iniziative di sensibilizzazione all’interno dell’organizzazione, con contestuale monitoraggio e comunicazione periodica della loro efficacia, sia all’interno, sia all’esterno della azienda, così che i principi della gestione sostenibile siano diffusi e concretamente condivisi;
  • sviluppo di strategie sostenibili che permeino ogni aspetto dell’organizzazione, dalla produzione alla supply chain, passando per il marketing fino al benessere dei dipendenti creando valore in ambito ambientale, sociale e di governance.

Sfide e competenze

L’esperto in sostenibilità deve quindi essere un “challenger”: a colpi di pensiero laterale e portando continuamente prospettive e punti di vista diversi, deve sfidare i comportamenti e le convinzioni consolidate, agendo da outsider. Una persona in grado di coniugare competenze tecniche, manageriali e dotata di una buona dose di soft skills: capacità di networking, di ascolto e di comunicazione.

Ma non solo. Dal punto di vista delle competenze, il suo ruolo richiede una conoscenza composita, oltre alla già menzionata capacità di lavorare, trasversalmente all’interno dell’organizzazione, per promuovere cambiamenti culturali e operativi e, ad ampio raggio all’esterno, per valorizzare il percorso che l’organizzazione sta facendo.

I dati, però, ancora una volta presentano uno scenario un po’ diverso. Secondo Deloitte il quadro dipinto dalle aziende e quello dei RSO intervistati sono, infatti, dissimili: secondo le aziende che hanno introdotto questa figura o si dichiarano interessate a farlo, il RSO si deve focalizzare soprattutto sull’attività di ricerca e sviluppo e sulla gestione dell’innovazione, così come sulla gestione e sul miglioramento dell’impatto del business sulla comunità e sul territorio in cui opera. A loro modo di vedere, sostenibilità significa innovare e trasformare prodotti e servizi e integrare sempre più gli interessi della comunità e del territorio nell’agire aziendale. Una lettura di ampio respiro, che vede la sostenibilità nella sua forma più alta, ovvero di trasformazione dei modelli di business.

Un ruolo, diverse priorità

Invece tra gli RSO intervistati, fatte salve le considerazioni legate al campione rispondente – che per metà opera in aziende del settore manifatturiero -, l’attenzione è in particolare rivolta al tema dell’ottimizzazione della produzione, attraverso l’applicazione dei principi di riduzione del consumo di risorse, in un’ottica di economia circolare e di efficienza energetica. Dunque, per chi si occupa quotidianamente di sostenibilità, il suo lavoro consiste – in primo luogo – nel dedicarsi all’ottimizzazione e al miglioramento dei processi produttivi, per ridurre l’impiego di risorse e mitigare gli impatti esterni, mentre il dialogo con l’esterno è in secondo piano.

A proposito della capacità di lavorare trasversalmente all’interno dell’organizzazione, la ricerca di Deloitte evidenzia che ci sono di nuovo delle differenze di percezione tra le aziende e gli RSO stessi. Mentre le aziende ritengono che questi ultimi debbano interagire principalmente con le aree delle risorse umane, della ricerca e sviluppo e della comunicazione e marketing, gli RSO intervistati sottolineano l’importanza di una relazione diretta con il top management, la proprietà e l’amministratore delegato, data la rilevanza strategica dei temi trattati. Una richiesta del tutto lecita e non certo per capriccio se è vero come è vero che la sostenibilità è una questione che deve essere prima di tutto trattata nella stanza dei bottoni.

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