Sovraccarico, stipendi giudicati inadeguati e difficoltà nel conciliare lavoro e vita privata: la ricerca “Young Vet Insight” racconta il disagio delle nuove generazioni di veterinari italiani. Forse intrappolati tra stress, aspettative disattese e bisogno di formazione pratica
I giovani veterinari non sono convinti della scelta fatta: pare che uno su tre voglia cambiare lavoro. Almeno così dicono i dati della ricerca “Young Vet Insight”, realizzata da Nomisma per Purina in collaborazione con ANMVI e IVSA Italy, che racconta le difficoltà vissute dalle nuove generazioni di medici veterinari, tra stress e aspettative disattese. L’indagine, presentata a Milano durante l’evento “Young Vet – Prospettive, sfide e opportunità per i veterinari di oggi e di domani”, ha coinvolto oltre 170 studenti di Medicina Veterinaria e più di 100 giovani professionisti nei primi cinque anni di carriera. Il quadro che emerge è quello di una categoria fortemente motivata ma sempre più esposta a stress, precarietà e disillusione.
Non basta amare gli animali
I numeri parlano chiaro: l’81% dei giovani veterinari considera il proprio compenso non adeguato rispetto alle responsabilità richieste dalla professione e il 76% individua nella stabilità economica la sfida più difficile da affrontare. Circa due professionisti su tre indicano inoltre la gestione dello stress e della pressione lavorativa come uno dei problemi principali della vita professionale. Il 65% lamenta difficoltà nel mantenere un equilibrio tra lavoro e vita privata. Fino ad arrivare al dato sorprendente di un veterinario su tre che si dichiara pentito: potendo tornare indietro, non sceglierebbe di nuovo questo percorso professionale. «Questo dato ha sorpreso anche noi» ammette Marco Pelosi, presidente di ANMVI, Associazione nazionale medici veterinari italiani. «Possiamo attribuirlo solo a una percezione idealizzata della professione. Molti ragazzi scelgono veterinaria perché amano gli animali, ma amare gli animali e amare la professione veterinaria sono due cose molto diverse. Quando i ragazzi entrano davvero nel lavoro si trovano di fronte a una realtà complessa: turni, urgenze, responsabilità, rapporto con i clienti, gestione emotiva di situazioni difficili. Tutto molto diverso da ciò che avevano immaginato».
Il peso psicologico del lavoro veterinario
Uno degli aspetti più delicati riguarda il peso psicologico del lavoro: il veterinario affronta ogni giorno situazioni emotivamente impegnative alle quali probabilmente non è preparato. «Anche il rapporto con i proprietari degli animali da compagnia, il comparto che assorbe più giovani lavoratori, è diventato complesso» afferma Pelosi.
L’indagine evidenzia anche un forte divario tra università e lavoro reale. Se il 67% degli studenti giudica positivamente la formazione ricevuta, oltre la metà dei giovani professionisti ritiene che il percorso universitario presenti importanti margini di miglioramento, soprattutto sul piano pratico. «L’università fornisce una preparazione generalista» sottolinea il presidente. «Un veterinario deve poter lavorare con animali da compagnia, animali da reddito, sanità pubblica e controlli alimentari. È inevitabile che, entrando poi in una clinica per piccoli animali, molti sentano il bisogno di una formazione ulteriore».
Università e professione: il divario della pratica
Per questi motivi la formazione post-universitaria diventa sempre più centrale. Negli ultimi anni sono aumentati corsi specialistici, webinar e percorsi avanzati, anche se spesso con costi elevati. Secondo ANMVI sarà necessario ripensare anche il sistema di formazione continua ECM, oggi considerato poco collegato alle reali esigenze di specializzazione della professione. La medicina veterinaria richiede oggi competenze cliniche, relazionali, organizzative e comunicative sempre più avanzate, mentre le nuove generazioni chiedono maggiore equilibrio tra vita privata e lavoro.


