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Sicurezza: ora tocca anche ai datori di lavoro

Entro due anni oltre 5 milioni di datori di lavoro dovranno seguire un corso sulla sicurezza, come fanno già dirigenti, dipendenti e apprendisti. Un obbligo pensato per rafforzare la cultura della prevenzione nelle imprese italiane, dove gli incidenti restano numerosi e spesso legati a organizzazione, formazione e responsabilità

Entro i prossimi due anni oltre 5 milioni di imprenditori italiani dovranno formarsi sulla sicurezza. Si tratta di un obbligo stabilito dall’Accordo Stato-Regioni del 17 aprile 2025. Peccato che appena la metà dei datori di lavoro crede sia utile. Secondo i dati dell’Associazione italiana formatori e operatori della sicurezza sul lavoro (AiFOS), se circa il 90% degli imprenditori giudica necessaria la formazione, quasi il 60% teme che si tratti solo dell’ennesimo adempimento burocratico. «Eppure, questa è una tappa decisiva per la crescita della cultura della sicurezza e della salute sul lavoro nel nostro sistema economico-produttivo» avverte Paolo Carminati, presidente dell’associazione.

Una lacuna normativa finalmente colmata

In Italia la formazione sulla sicurezza è obbligatoria dal 2008, con l’entrata in vigore del “Testo unico sulla salute e sicurezza sul lavoro”, una norma, aggiornata costantemente negli anni successivi, che ha sistematizzato e rafforzato obblighi già esistenti e che ha reso la formazione un dovere esplicito del datore di lavoro. Ma proprio lui, quello su cui ricadono tutte le responsabilità in materia, era escluso fino a oggi dal frequentare i relativi corsi (a meno che non ricoprisse anche il ruolo di responsabile del Servizio di prevenzione e protezione). La nuova normativa ha l’obiettivo di renderlo consapevole delle azioni conseguenti alle responsabilità del ruolo.  «Si tratta di una novità storica per il nostro Paese che metterà nelle condizioni milioni di imprenditori, di cui 4,9 milioni di PMI, di accrescere la propria consapevolezza in merito al tema» spiega Carminati.

Chi deve formarsi e quando

La formazione sulla sicurezza, secondo il Testo unico in materia, è obbligatoria per tutte le imprese che hanno almeno un lavoratore, indipendentemente dal settore, dalla dimensione aziendale e dalla tipologia contrattuale dei lavoratori. Vale cioè per i dipendenti a tempo determinato o indeterminato, gli apprendisti, i soci lavoratori di cooperative, i tirocinanti e anche i volontari in alcune organizzazioni. E deve essere svolta non solo all’assunzione del lavoratore ma anche ogni volta che questo cambia mansione, quando cambiano i rischi o le attrezzature e, comunque, ogni cinque anni, anche in assenza di novità.

Perché gli incidenti sono ancora tanti

Nonostante gli obblighi di legge, una combinazione di fattori organizzativi, economici e culturali rende comunque gli incidenti sul lavoro ancora una piaga in Italia. Secondo i dati INAIL del 2025 i morti sul lavoro sono stati 792 e le denunce di infortunio 310.726. I motivi? I corsi spesso sono troppo teorici, non c’è una reale comprensione dei rischi reali, i controlli sono limitati, gli ispettori pochi rispetto al numero di aziende da controllare. E ancora, in molti settori, come edilizia, logistica, agricoltura e industria, spesso si lavora con ritmi molto elevati, si saltano procedure di sicurezza per risparmiare tempo e, nelle catene di subappalto, soprattutto nei cantieri, le responsabilità sono poco chiare e il coordinamento insufficiente.

Tutto ciò si somma a una cultura della prevenzione ancora debole: il rischio è sottovalutato e l’esperienza (“ho sempre fatto così”) sembra sufficiente. Proprio su questa cultura agisce la norma che oggi estende l’obbligo alla formazione anche al datore di lavoro, perché la sicurezza non dipenda solo dai lavoratori formati, ma soprattutto da chi prende le decisioni in azienda. Cioè, da chi organizza il lavoro, valuta i rischi, sceglie macchinari e procedure, decide tempi e modalità di produzione.

La prevenzione è cultura

Secondo i dati di AiFOS, presentati anche al Senato della Repubblica, il 69% degli imprenditori è al corrente del nuovo obbligo formativo e il 10% ha già intrapreso un percorso di formazione nonostante ci siano ben due anni per adempiere all’obbligo. Il 77% sente la necessità di avere una maggiore consapevolezza dei rischi aziendali per rafforzare anche il ruolo decisionale in materia di salute e sicurezza. Inoltre, il 68%, grazie a questa nuova legge, sente un coinvolgimento diretto nella cultura della prevenzione.

Tra consapevolezza e timori

L’altra faccia della medaglia è rappresentata dal 59% degli imprenditori, quelli che non credono nel valore reale di questa misura e la considerano un adempimento meramente burocratico. Alle loro ragioni si aggiungono anche le criticità insite nella nuova misura: il 55% dei datori di lavoro ha indicato difficoltà nel reperimento di corsi aggiornati e conformi, il 70% ha posto il tema dei costi e l’81% la risorsa tempo. «L’obiettivo della nostra ricerca è indagare come il recente obbligo normativo introdotto possa trasformarsi in una opportunità, rendendo il datore di lavoro protagonista di una rinnovata cultura della prevenzione aziendale» continua il presidente AiFOS. «Coinvolgendolo anche direttamente nella progettazione stessa del percorso formativo».

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