A diciotto anni è difficile disegnare il proprio futuro, così la scelta universitaria spesso passa dal confronto in famiglia o tra i pari. Ma perché sia giusta e sostenibile, bisogna fare attenzione a stereotipi e falsi timori
C’è un tema che in questi giorni occupa il dibattito nelle famiglie che hanno figli alle prese con gli esami di maturità: cosa fare dopo? Per chi non ha le idee chiare o non ha già optato per facoltà universitarie con test e numero chiuso, la scelta è ancora aperta e le iscrizioni sono possibili fino all’autunno. Per alcuni, magari, è chiaro il percorso ma non l’ateneo o la città in cui intraprenderlo. Di certo, tutta la famiglia è coinvolta perché le variabili in gioco sono tante, dall’investimento emotivo a quello economico, dalla sostenibilità degli studi alle previsioni di un futuro lavorativo stabile e sereno.
Orientamento e cambi in corsa
Grazie al lavoro di orientamento svolto durante gli ultimi anni delle scuole superiori, che prevedono moduli di 30 ore secondo le linee guida nazionali, la scelta universitaria non è mai a occhi chiusi. Eppure, sono ancora alte le percentuali, tra le matricole, di chi abbandona al primo anno (5,6% secondo i dati Almalaurea) o cambia facoltà (9,7%). «La scelta circa il percorso universitario viene presa in una fase della vita in cui la consapevolezza delle proprie capacità e attitudini è ancora in costruzione, a maggior ragione in uno scenario come quello odierno, altamente mutevole» spiega Elisa Valeriani, presidente della Conferenza dei Collegi Universitari di Merito. «I dati mostrano che circa uno studente su dieci abbandona nel primo anno di università o modifica il proprio percorso durante gli studi, a conferma di quanto l’orientamento iniziale rappresenti un passaggio delicato».
L’influenza delle esperienze personali
I Collegi universitari di merito sono enti non profit, a livello italiano e internazionale, che affiancano l’università offrendo agli studenti servizi come tutoraggio, ospitalità e formazione integrativa. Una loro ricerca ha permesso di focalizzare, tra le motivazioni del cambio o dell’abbandono, l’influenza dei genitori, che spesso non è in linea con le attitudini o i desideri dei figli e non va sempre incontro, in maniera disinteressata, ai dubbi e alle aspettative che proprio in questi giorni i ragazzi pongono sul tavolo del dibattito familiare. «Il coinvolgimento dei genitori nel processo di orientamento universitario rappresenta una risorsa preziosa, che tuttavia rischia di rivelarsi limitante se basata esclusivamente sull’esperienza personale» spiega l’esperta. «Il sistema accademico contemporaneo è in rapida e profonda evoluzione, nell’offerta formativa, nelle metodologie didattiche e negli sbocchi occupazionali, rendendo indispensabile un approccio informato e aggiornato alle specificità del contesto attuale».
La lente degli stereotipi
Nella lista degli argomenti che possono far deviare le famiglie nel sostenere i giovani durante la scelta del percorso universitario c’è lo stereotipo. Cioè, la tendenza, spesso inconsapevole, ad attribuire un valore differente ai diversi percorsi di studio. «Così si condizionano di fatto le scelte dei figli attraverso preconcetti generazionali o pregiudizi legati al genere» spiegano i responsabili dei Collegi che hanno stilato una lista di aspetti a cui fare attenzione quando si affronta questo tema a casa. «Un orientamento efficace richiede invece un dialogo aperto e privo di preconcetti, capace di valorizzare le inclinazioni individuali e il potenziale di ogni studente e studentessa».
Il mercato del lavoro e le scelte degli amici
Scegliere in base al mercato del lavoro è l’aspetto più delicato. «Se un tempo lo sbocco professionale e il percorso di carriera erano più lineari rispetto al proprio titolo accademico, oggi, salvo alcuni casi, non è possibile nemmeno immaginare quali saranno le professionalità richieste tra 3 o 5 anni. Si pensi all’impatto delle nuove tecnologie, che da un lato ricercano profili ancora inesistenti e dall’altro valorizzano competenze umanistiche in contesti tecnologici».
Anche il confronto con i pari e le loro scelte è un tema molto frequentato nel dibattitto sul percorso universitario da intraprendere. «Il confronto rappresenta spesso un motore prezioso nello sviluppo del talento: osservare i percorsi degli altri, riconoscerne le differenze e misurare le proprie inclinazioni in un contesto collettivo può stimolare consapevolezza e motivazione. Perché questo confronto sia costruttivo, tuttavia, è essenziale che avvenga in un clima di riconoscimento reciproco, in cui il valore del singolo non venga misurato in termini competitivi, ma come espressione di un potenziale unico da orientare e valorizzare». Il ruolo dei genitori è favorire questo sguardo aperto, accompagnando i figli nell’esplorazione, anche attraverso gli altri, senza però trasformare il confronto in pressione.
La sostenibilità economica ed emotiva
Altro tema principe è la sostenibilità economica dell’intero percorso. Mandare un figlio all’università è un investimento molto impegnativo per una famiglia, soprattutto se si prende in considerazione il trasferimento in un’altra città, cosa che spesso accade per le famiglie del sud Italia. Ma nel considerare questo aspetto, andrebbero prima indagati strumenti come agevolazioni e borse di studio, per questo è fondamentale informarsi bene e far sì che questi aspetti non ostacolino studenti e studentesse meritevoli e non generino frizioni e preoccupazioni in famiglia.
Neanche di tipo emotivo: bisogna essere pronti, come genitori, a incoraggiare e sostenere esperienze altamente formative come il trasferimento in un’altra città o l’esperienza all’estero, per esempio con il programma Erasmus, che segnano un momento di forte crescita e autonomia rispetto alla famiglia di origine. «La sindrome del nido vuoto è un passaggio sofferto per i genitori, ma riuscire a gestirla senza farla pesare ai figli è un gesto di responsabilità e di amore che permette loro di vivere questa fase con serenità e fiducia».


