Il commercialista resta una figura centrale per le PMI italiane, ma ancora troppo legata agli adempimenti fiscali. Solo una minoranza delle imprese lo considera un vero consulente strategico. Tra limiti culturali e organizzativi, la sfida è evolvere verso un ruolo più orientato alla crescita. E la normativa sulla crisi di impresa aiuta
Fondamentale ma ancora troppo operativo e poco consulenziale: è, in estrema sintesi, il ruolo che svolge oggi il commercialista nelle piccole e medie imprese, cioè la quasi totalità delle imprese italiane. I dati di Osservatorio Sibill e Astra Ricerche non lasciano dubbi: cinque aziende su sei dichiarano di non avere pieno controllo dei numeri senza il commercialista. Ma solo il 16,3% delle imprese descrive il rapporto con il professionista come realmente consulenziale. Il 77,3% dichiara che la sua utilità sta nell’ordinaria amministrazione, come le dichiarazioni fiscali o il calcolo e pagamento delle tasse; molto meno nella gestione di imprevisti o problemi (37%). O in attività a maggiore valore strategico, come il controllo dell’andamento economico dell’attività (29,9%) o il supporto alle decisioni economiche rilevanti, come investimenti e assunzioni (27,5%).
«Opportunità che purtroppo non vengono colte, nonostante i commercialisti siano formati e preparati per svolgere consulenza. Alle radici di questo gap ci sono motivazioni culturali relative alle imprese ma anche difficoltà organizzative da parte degli studi», spiega Marco Cuchel, presidente dell’Associazione Nazionale Commercialisti, che qui ci aiuta ad analizzare questo aspetto della professione.
Quali ragioni culturali impediscono alle piccole e medie imprese di sfruttare le competenze strategiche così utili nel mercato?
«Intanto la dimensione. Quando parliamo di piccole e medie imprese dobbiamo considerare che oltre il 90% è microimpresa, con meno di 10 addetti, spesso a conduzione familiare. Qui il commercialista è visto come fiscalista anziché aziendalista, perché l’assistenza alla crescita dal punto di vista strategico viene considerata un ulteriore costo più che un investimento e perché ci si fida più dell’esperienza, del “si è sempre fatto così”, senza capire che il mondo è cambiato e che le evoluzioni oggi sono repentine. Questo tipo di atteggiamento è molto diffuso, da nord a sud. Si preferisce spesso sopravvivere anziché osare, per paura di investire. E così non si fa spesso neanche programmazione».
Anche i commercialisti hanno una responsabilità in questo “gap di ruolo”?
«Sì, in parte perché si sono sempre concentrati sugli aspetti fiscali più che su quelli relativi al sostegno e alla crescita strategica; un po’ anche perché il peso degli adempimenti fiscali lascia poco spazio e tempo. Questo frena l’evoluzione delle aziende, che già devono fare molta fatica per rispettare gli obblighi invece di potersi concentrare sulla crescita».
La normativa sulla crisi d’impresa può rappresentare un’opportunità?
«Certo, a nostro favore e a favore degli imprenditori. Tutto ciò che riguarda la fase di pre-crisi e la prevenzione della crisi sono anche consulenza strategica! Gli assetti amministrativi, organizzativi e contabili in grado di monitorare la situazione, il controllo di gestione, il monitoraggio di segnali di difficoltà come gli squilibri finanziari, il controllo dei flussi di cassa con previsioni a 12 mesi… È questa la chiave di volta per sensibilizzare gli imprenditori: devono adempiere a una norma di legge ma hanno nello stesso l’occasione per fare un salto in avanti in termini di strategia e, per i commercialisti, di proporre servizi consulenziali».
I commercialisti italiani sono oggi formati per fare consulenza strategica?
«In generale sì, anche se la formazione continua andrebbe rivista perché strutturata così ha poco valore. Dovrebbe essere più di qualità e settoriale, non un mero strumento per assolvere a un adempimento burocratico. Noi stiamo spingendo sulla formazione in AI e nel controllo di gestione perché questo può liberare spazio e tempo negli studi per sviluppare ulteriori competenze strategiche e consulenze a maggior valore aggiunto per le imprese».


