La carenza di infermieri in Italia è un problema strutturale che incide sulla qualità dell’assistenza sanitaria. Il reclutamento di personale dall’estero è una risposta sempre più diffusa, ma controversa. Alcune esperienze mostrano percorsi più strutturati e sostenibili, che tuttavia non possono sostituire interventi di riforma più ampi
La carenza di infermieri è un problema strutturale in Italia. Ce lo trasciniamo da anni e oggi è tra le principali criticità che affliggono il nostro Servizio sanitario nazionale. Rispetto alla media europea di due infermieri ogni due medici, in Italia il rapporto è uno a due, praticamente la metà. La domanda di assistenza supera di gran lunga l’offerta e la qualità delle cure ne risente. Una delle soluzioni già ampiamente praticate è l’assunzione di infermieri stranieri. Funziona?
L’arruolamento dall’estero e le sue criticità
Negli ultimi anni molte regioni hanno iniziato a reclutare professionisti dall’estero per colmare i vuoti negli organici, per esempio da Paesi extra-UE con programmi mirati, oppure facilitando il lavoro a chi ha titoli conseguiti all’estero grazie a normative speciali. La soluzione degli infermieri reclutati all’estero è però controversa: i sindacati di categoria e alcune organizzazioni, come UGL Salute, la considerano una “toppa” che non risolve le cause profonde della carenza di personale. E sottolineano che non può diventare la norma senza adeguate garanzie su formazione, competenze e qualità dell’assistenza.
Un esempio di reclutamento etico
I dubbi derivano dal fatto che in passato il sistema ha fatto ricorso a deroghe normative: alcune norme introdotte durante l’emergenza Covid hanno consentito a infermieri con titoli esteri di lavorare in Italia senza il consueto iter di riconoscimento professionale. Queste deroghe sono state prorogate più volte per attenuare la crisi di personale. «La carenza infermieristica è un problema globale, che non si risolve semplicisticamente spostando infermieri da un Paese all’altro» spiegano Barbara Mangiacavalli presidente della Federazione Nazionale degli Ordini delle Professioni Infermieristiche, e Pasqualino D’Aloia, presidente della Commissione d’Albo, che hanno appena firmato un protocollo di intesa con Randstad Italia, talent company di risorse umane. «Proprio per questo motivo è un valore aggiunto il reclutamento etico previsto in questo nostro accordo, che mira a non depauperare nessun sistema sanitario estero. Al contrario, vuole favorire una crescita dei professionisti coinvolti, senza per questo sradicarli dai loro legami, personali e professionali».
Il progetto Crossboarding
Il Protocollo d’Intesa triennale firmato da FNOPI e Randstad Italia rappresenta un esempio di reclutamento più strutturato e orientato alla qualità. Si basa sul progetto Crossboarding che prevede criteri condivisi per la selezione, percorsi di formazione, supporto per il riconoscimento dei titoli e programmi di integrazione linguistica e professionale, mostrando una possibile modalità sostenibile di inserimento. Grazie a questo progetto, in Italia sono già stati inseriti stabilmente circa 300 infermieri da diversi Paesi, con l’obiettivo di raggiungere 250 inserimenti l’anno dal 2026. Pur trattandosi di un’esperienza positiva, non è sufficiente da sola a risolvere la carenza complessiva di personale infermieristico nel sistema sanitario.
La fuga degli infermieri italiani
L’altra faccia della medaglia è il fenomeno opposto: molti infermieri italiani lasciano il Paese per trovare condizioni di lavoro migliori all’estero, aggravando ulteriormente la carenza interna. Il calo degli ingressi nelle università e le difficoltà contrattuali rendono difficile invertire la tendenza. Senza un aumento degli stipendi, una riorganizzazione dell’offerta formativa e una programmazione delle carriere, l’Italia continuerà a dipendere dal reclutamento di infermieri stranieri: una soluzione utile nel breve periodo, ma insufficiente da sola per affrontare un problema strutturale.


