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Dovremmo limitare per legge l’uso dei social?

L’Australia lo ha fatto, per proteggere i suoi adolescenti dai rischi digitali. Altri Paesi europei intraprendono percorsi in tema e l’Italia ha un disegno e una proposta di legge fermi in Parlamento. Negli ultimi anni, cresce il dibattito sui limiti dei social per i minori, tra pericoli manifesti ed educazione digitale consapevole

 L’Australia è stato il primo Paese al mondo a vietare ai minori di 16 anni l’uso dei social media: dall’inizio dell’anno sono stati oscurati 5 milioni di account. La notizia ha scatenato a cascata una serie di provvedimenti in altri Paesi nei quali il dibattito, non solo sociale ma anche parlamentare, si era già innescato. Per esempio la Spagna che ha già intrapreso lo stesso percorso dell’Australia e la Danimarca che ha già una legge in fase di approvazione. Altri Paesi hanno varato misure più leggere ma che vanno nella stessa direzione. In Francia, per esempio, sotto i 15 anni serve il consenso parentale per accedere a TikTok & co. In Grecia e in Germania si stanno valutando sia divieti totali sia limiti d’età più alti rispetto al minimo standard europeo di 13 anni. E l’Italia intanto che fa?

I percorsi legislativi

In Italia, esistono da anni due percorsi parlamentari in tema. Il primo è il Ddl numero 1136 del 2024 sulla tutela dei minori nell’ambiente digitale: introduce un’età minima di 15 anni per creare un account sui social o sulle piattaforme video. Prevede anche sistemi di verifica dell’età tramite identità digitale e innalzamento a 16 anni dell’età per dare consenso al trattamento dei dati personali online. Il disegno di legge è attualmente all’esame del Senato. Poi c’è una proposta di legge per vietare i social agli under 15 nata da un’iniziativa della Lega ma con aperture bipartisan: vieta l’utilizzo dei social network sotto i 15 anni e fino a 18 l’accesso è permesso solo con consenso verificabile dei genitori. La proposta è stata depositata alla Camera nelle scorse settimane ed è ancora all’inizio dell’iter parlamentare.

Genitori e class action

In questi ultimi anni, un attore molto attivo nelle campagne per chiedere restrizioni all’uso dei social per i ragazzi è stato il Moige (Movimento Italiano Genitori) che lo scorso anno ha anche avviato una class action contro Meta Platforms (Facebook e Instagram) e TikTok. Lo scopo è proteggere i minori dai possibili effetti dannosi dei social. L’azione legale è stata depositata al Tribunale di Milano nel 2025 e mira a bloccare alcune pratiche considerate pericolose per bambini e adolescenti. Le richieste principali sono tre: verificare realmente l’età degli utenti e impedire l’accesso ai social ai minori di 14 anni, eliminare meccanismi che creano dipendenza, come lo scroll infinito e gli algoritmi che spingono contenuti personalizzati, informare chiaramente sui rischi dell’uso eccessivo dei social.

L’iniziativa si basa su studi scientifici che collegano l’uso intensivo dei social a problemi come disturbi del sonno, depressione, calo del rendimento scolastico e difficoltà nelle relazioni sociali. L’obiettivo finale è ottenere una decisione del tribunale che obblighi le piattaforme a cambiare le loro pratiche: sarebbe un precedente importante per la tutela dei minori in Europa. In parallelo, il Moige ha avviato anche una petizione per chiedere al Parlamento una legge che vieti i social ai minori di 16 anni.

Divieto vs educazione digitale

Il dibattito su questo tema è molto acceso: i limiti rigidi che sono stati attuati in altri Paesi proteggono i ragazzi dall’esposizione a contenuti nocivi, certo, ma molti critici sostengono che bloccare l’accesso potrebbe non risolvere il problema perché i ragazzi trovano comunque vie alternative. In più, si rischia di criminalizzare un comportamento che per le nuove generazioni è normale. Ecco perché per molti educatori il focus non dovrebbe essere sul divieto ma sull’educazione. «La storia dimostra che ogni innovazione nei mezzi di comunicazione ha sempre suscitato timori» spiega Pier Cesare Rivoltella, docente di Didattica e Tecnologie dell’educazione presso l’Università di Bologna e coautore di Oltre la tecnofobia. Il digitale dalle neuroscienze all’educazione (Raffaello Cortina editore).

«Quando la generazione dei boomer era adolescente, molti adulti erano convinti che la televisione, “cattiva maestra”, avrebbe impoverito il linguaggio dei giovani e influenzato negativamente i loro gusti culturali. La paura di perdere qualcosa con l’arrivo di nuovi strumenti, quindi, non è affatto nuova. In realtà, mente umana e tecnologie si trasformano insieme, trovando progressivamente nuovi equilibri e nuove modalità di adattamento. Chi educa deve tenerne conto. Per questo serve anche il coraggio di permettere ai ragazzi di utilizzare questi strumenti, purché prima si siano create le condizioni perché lo facciano in modo consapevole, critico e responsabile. Questo approccio elimina ogni rischio? Naturalmente no. Il rischio fa parte di qualsiasi percorso educativo. La differenza è che, in questo modo, diventa almeno un rischio conosciuto e gestito, non semplicemente ignorato».

I patti per valorizzare l’uso dello smartphone

Il divieto rischia di entrare in contrasto con alcuni principi fondamentali dell’educazione digitale dei nostri ragazzi: autoregolazione, alternanza e accompagnamento. «L’obiettivo non dovrebbe essere soltanto imporre uno stop, ma aiutare i ragazzi a sviluppare la capacità di capire autonomamente quando è il momento di staccarsi dallo schermo, proponendo esperienze diverse e coinvolgenti, favorendo incontri reali, relazioni e momenti di socialità» spiega Monica Bormetti, psicologa esperta in benessere digitale. «Naturalmente, la responsabilità dell’educazione digitale non può ricadere soltanto sui genitori. Per questo sono utili iniziative come i Patti digitali, che coinvolgono scuole, famiglie e comunità nel tentativo di affrontare insieme la questione, proponendo, a casa e a scuola, l’uso dello smartphone come uno strumento e non come un rifugio isolante. Limitarsi a proibire non risolve il problema: equivale piuttosto a evitare di affrontarlo davvero».

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